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Due giovani di Lavagno hanno affrontato un lungo viaggio in auto per assistere a una partita della nazionale in Bosnia. Hanno vissuto un'esperienza intensa e surreale tra tifosi locali e la delusione per il risultato.

L'avventura dei tifosi veronesi in Bosnia

Christian Barberio e Simone Zampieri, entrambi ventiduenni, hanno intrapreso un viaggio di circa ottocento chilometri. La loro meta era la città bosniaca di Zenica. L'obiettivo era sostenere la nazionale italiana di calcio. Il match in questione era una partita di qualificazione. La squadra azzurra affrontava la Bosnia. I due amici provengono da Lavagno, nel veronese. Hanno deciso di partire in macchina. La scelta è stata dettata dall'esaurimento dei biglietti aerei per Sarajevo. Il viaggio è durato un'intera notte. Hanno affrontato anche il timore di ritardi in dogana.

Nonostante le difficoltà, sono riusciti a raggiungere lo stadio. Il loro ricordo della nazionale risale ai Mondiali del 2014. Allora l'Italia ottenne un penultimo posto. Quest'anno nutrivano speranze di un risultato migliore. La delusione per l'esito della partita è palpabile. «Non credo proprio guarderò le partite in TV a giugno», afferma Simone. «Sono troppo deluso da quello che è successo». Christian aggiunge: «Il viaggio è stato lungo, ma credevamo davvero nella vittoria dell'Italia. Ci siamo illusi».

Un'esperienza surreale allo stadio Bilino Polje

L'arrivo allo stadio «Bilino Polje» è stato descritto come surreale. Erano presenti circa cinquecento tifosi italiani. Si confrontavano con quasi diecimila sostenitori bosniaci. Il settore occupato dai due veronesi era adiacente alla curva locale. La vicinanza ha amplificato la sensazione di essere in mezzo a una folla immensa. «Sembrano numeri irrisori rispetto alle folle di uno stadio come San Siro», spiegano. «Ma, fidatevi, anche a causa delle dimensioni più ridotte, sembrava di essere travolti da una marea umana».

Il tifo dei padroni di casa non si è mai interrotto. Dall'inizio alla fine della partita, i sostenitori bosniaci hanno cantato e incitato la loro squadra. Il momento del gol del pareggio ha fatto letteralmente tremare gli spalti. La situazione era tesa. «Dietro di noi era schierato un cordone di militari armati e pronti a intervenire», raccontano. «Non ci era mai capitato di trovarci in queste condizioni. E ne abbiamo fatte altre di trasferte insolite. Non è stato affatto piacevole».

Il rientro e la delusione post-partita

Una volta usciti dallo stadio, i due amici hanno vissuto attimi di apprensione. Avevano parcheggiato l'auto a una certa distanza. Erano stati avvertiti che il veicolo avrebbe potuto subire danni. Le strade erano caotiche, una vera e propria «bolgia». Hanno percorso circa cinquanta minuti a piedi. Il rientro è avvenuto in silenzio. Hanno cercato di ignorare le provocazioni dei tifosi bosniaci. La delusione più grande, però, è arrivata dopo la partita. Nonostante la sconfitta, si aspettavano un gesto da parte dei giocatori azzurri. «Ci saremmo aspettati che gli Azzurri venissero almeno a salutare e a scusarsi con noi tifosi», dichiarano. «Invece, niente».

Simone ha tentato un contatto con la Federazione. Ha scritto tramite i canali ufficiali. Spera di ricevere una maglietta o un gadget. «Sarebbe un bel gesto», ammette. «Certo, non li assoceremo mai a un momento felice, ma saranno almeno un ricordo dell'esperienza». Christian riflette sul futuro del calcio giovanile. «Io amo il calcio, gioco ancora e ricordo i pomeriggi trascorsi, da piccolo, al campetto», dice. «Una volta era sempre pieno. Ora, però, non va quasi mai nessuno a giocare. È un segnale: l'entusiasmo di noi giovani e dei bambini per questo sport è sempre meno forte. E questa terza mancata qualificazione ha dato, forse, il colpo di grazia».

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