Lauro Azzolini, ex brigatista, ha testimoniato al processo sul sequestro Gancia, rivelando dettagli inediti sulla strage di Cascina Spiotta. Ha indicato Mara Cagol come la vera leader dell'operazione, ammettendo la propria partecipazione ma omettendo i nomi dei mandanti.
Le dichiarazioni di Lauro Azzolini al processo
L'ex brigatista Lauro Azzolini, 83 anni, ha parlato per la prima volta davanti ai giudici. Ha ripercorso il sequestro dell'imprenditore Vittorio Vallarino Gancia. Ha anche descritto il blitz dei carabinieri alla Cascina Spiotta. L'evento del 5 giugno 1975 causò la morte dell'appuntato Giovanni D’Alfonso e di Mara Cagol. Azzolini ha ammesso le sue responsabilità. Lo ha fatto anche in un memoriale depositato nel processo ad Alessandria. Lì è imputato per omicidio. Non ha coinvolto i presunti mandanti. Non ha citato i coimputati storici Renato Curcio e Mario Moretti. Ha detto di aver conosciuto Curcio solo dopo. Le sue risposte al pm Emilio Gatti hanno svelato nuove circostanze. Durante l'agguato stradale, secondo Azzolini, era presente anche Attilio Casaletti. Casaletti era membro del gruppo reggiano delle Br. Massimo Maraschi, arrestato il 4 giugno, era anch'egli presente. Mara Cagol li attendeva alla Spiotta. Azzolini ha escluso la presenza di Zuffada e Semeria. Ha affermato che era Cagol a decidere. Lei era il capo, lui un subordinato. Non sapeva tutto e non doveva saperlo.
La fuga e le motivazioni della lotta armata
Azzolini ha descritto la fuga. L'ha definita quella di «un montanaro che sa come nascondersi». Ha raccontato di aver raggiunto un covo ad Albenga. Lì lo aspettavano «compagni della colonna di Torino». Non ricorda chi fossero. Non ricorda le loro facce. Ha affermato che quando seppe della morte di Mara Cagol «gli cadde il mondo addosso». Nei sette giorni successivi scrisse un resoconto del sequestro. Era destinato ai capi delle Br. Secondo lui, il documento conteneva «tutta la verità» su quel giorno. Azzolini è apparso lucido. Si è mostrato irritato per alcune domande. Ha spiegato i motivi che spinsero un giovane operaio a scegliere la lotta armata. Ha raccontato che suo cugino fu ucciso dai nazifascisti. I suoi parenti contadini facevano la Resistenza. Si è sempre considerato un partigiano. Voleva fare la rivoluzione. Le armi erano strumenti per affrontare il nemico. Ha espresso dispiacere per la morte di Giovanni D’Alfonso alla Spiotta. Ha detto che quella fase storica si è conclusa. Questo lo ha portato alla dissociazione in carcere. Ha taciuto sui fatti della Spiotta. Ha confessato solo dopo le nuove indagini. Si è presentato come inesperto nell'uso delle armi. Ha detto che voleva fare il guerrigliero senza esserlo. Il pm ha notato la precisione con cui descrisse l'irruzione dei carabinieri. Descrisse anche la fuga con pistole e bombe nel suo memoriale.
Il racconto della strage e le richieste della difesa
Il racconto è stato drammatico. Azzolini ha dichiarato: «Volevamo solo fuggire, non eravamo pronti per uno scontro. Quel rapimento per noi doveva essere un gioco». Non sa se Cagol sparò alla testa di D’Alfonso. Ha descritto la scena di Cagol ferita al braccio. La vide seduta con le mani alzate. Ha narrato la sua fuga nella boscaglia. Tirò una bomba a mano. Sentì colpi alle sue spalle. Il racconto è terminato con il suo riparo ad Albenga. L'83enne, assistito dall'avvocato Steccanella, si è avvalso della facoltà di non rispondere. La difesa ha chiesto una nuova perizia balistica. Questo per fare chiarezza sulla morte di Cagol. Gli avvocati Salvini, Brigida e Favretto, legali dei familiari di D’Alfonso, si sono opposti. La Corte d’Assise ha respinto l'istanza. I reperti risultano dispersi o distrutti. Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso, ha commentato: «È stato doloroso ascoltare il racconto della morte di mio padre». Ha aggiunto che Azzolini, pur dissociato dalle Br, ha taciuto sui fatti della Spiotta. Non ha espresso un pentimento sincero. Non dice tutta la verità. Difende ancora Curcio e Moretti.
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